STORIA DELLO SCI ALPINO

I PIONIERI

La tecnica dello sci, evidentemente, presenta una continua evoluzione.La fase “storica” di questo percorso, tuttavia, si può considerare compresa tra i primordi della disciplina, alla fne dell’ottocento, e la sua trasformazione in sport di massa, negli anni ’70 del ‘900. Ogni singola tappa evolutiva è caratterizzata da un nuovo tipo di curva, messa a punto da specialisti e tradotta poi nel campo dell’insegnamento.Il periodo “eroico” degli inizi va dal 1860 al 1900 circa, quando alcuni montanari di Morgedal, una valle norvegese nel distretto di Telemark, misero a punto una loro tecnica che si fece poi conoscere in tutto il mondo.In quella zona venne organizzata la prima gara sugli sci, che consisteva nello scendere da un ripido pendio a curve veloci, tenendo in mano un bicchiere pieno di birra: veniva proclamato vincitore colui che terminava il percorso senza rovesciare il contenuto. Prima di allora, per cambiare direzione, bisognava ricorrere a “passi di giro”, oppure ci si esibiva nel “salto d’arresto”: ci si appoggiava con forza su uno o due bastoni piegando le ginocchia e, successivamente, lanciando in alto le punte degli sci con un volteggio simile a quello del salto con l’asta nell’atletica, si ricadeva di traverso rispetto alla linea di discesa. Questa tecnica, molto usata negli anni ’15-’30, richiedeva grande forza di braccia e non comune agilità. L’esecuzione per quell’epoca era spettacolare. Per ridurre la velocità e fermarsi si usava la tecnica della “raspa”, che consiste nell’esercitare più o meno pressione su un bastone usato da freno in mezzo alle gambe. Questa tecnica, ancor oggi praticata dai fondisti, venne poi perfezionata più elegantemente, usando il bastone o i bastoni di lato, con una mano sull’impugnatura e l’altra più in basso. Il telemark permise per la prima volta di affrontare un pendio, anche in neve profonda, con una sequenza di curve eleganti. I manuali dell’epoca descrivono così la posizione “ad angelo”: busto eretto, braccia larghe e gambe leggermente genufesse. Era la perfezione di allora! Allo sciatore principiante era sconsigliato usare il bastone, in quanto diffcile da manovrare in modo corretto, anzi poteva compromettere l’equilibrio. In quegli anni si discuteva molto sulla scelta di uno o due bastoni. Il “telemark” – riscoperto verso gli anni ’80 dagli statunitensi come sci inginocchiato a talloni liberi – è praticato oggi come un ibrido tra la tecnica originaria e il cristiania.

LA SCUOLA AUSTRIACA

Questa tecnica elegante, però, non risultava sempre adatta sulle discese ripide e boscose delle Alpi. Fu un austriaco, Mathias Zdarskj, “patriarca dello sci moderno”, a contribuire in modo decisivo al passaggio dall’era del “telemark” a quella dello sci alpino, ideando diversi tipi di attacchi per fssare lo scarpone allo sci. Questo tenace pioniere, operando da autodidatta, sperimentò per sei anni la nuova tecnica, chiamata “voltata d’appoggio”: sostanzialmente utilizzava uno spazzaneve effettuato con le ginocchia piegate e un solo bastone. Facendo perno su di esso alternativamente a destra e a sinistra, Zdarskj riusciva a voltare anche su pendii ripidi. Questa tecnica richiedeva la rotazione di tutto il corpo nel senso di curva per facilitare il cambiamento di direzione. Sulle Alpi nasceva dunque una tecnica capace di soppiantare quella norvegese del telemark e nel 1896 Zdarskj pubblicò il primo testo sull’insegnamento dello sci, intitolato La tecnica dello sci di Lilienfelder, dal villaggio sulle Alpi austriache dove viveva. Le due teorie di sterzata portarono ad una rivalità che culminò con una sfda lanciata da Zdarskj. Si tenne così la prima gara di slalom della storia dello sci su un pendio di 35° di inclinazione disseminato di pali. In palio 2000 marchi tedeschi. Nessuno accettò la sfda e Zdarskj, il primo vero maestro che la storia ricordi, continuò a mettere le basi di una tecnica che ha allevato due generazioni di sciatori.Il terzo periodo iniziò nel 1910, con lo “stemmbogen”, tecnica messa a punto dal colonnello austriaco Giorgio Bilgeri, allievo di Zdarskj. Questi organizzò il primo corso di sci riservato a militari e diventò famoso oltre i confni del suo paese, sia nelle Alpi che in Inghilterra e nel Caucaso, anche perché scrisse il libro “L’arte dello sci nelle Alpi”, che per molti anni rimase il testo più importante nel campo dell’insegnamento. Bilgeri aveva intuito che tra lo sci alpino e lo sci norvegese potevano esserci punti in comune e perfezionò la voltata d’appoggio fondendo insieme le migliori caratteristiche del telemark e la tecnica del maestro. Egli aveva compreso, soprattutto, che il movimento determinante per la curva doveva partire dagli arti inferiori; adottò i due bastoni e riuscì a migliorare gli attacchi, ottenendo un miglior controllo dell’attrezzo. Nello “stemmbogen” si trovano elementi che precorrono lo “spazzaneve” e la “virata”: posizione eretta del busto, sci uniti all’inizio e alla fne della curva, spostamento del peso da uno sci all’altro. Questa tecnica era spesso associata al “salto d’arresto” che, con l’aiuto dei due bastoni, serviva, a velocità moderata, per fermarsi o per cambiare direzione. L’importanza delle innovazioni introdotte da Bilgeri nella tecnica sciistica è evidente se si considera che, fno a una ventina di anni fa, una sorta di stemmbogen, sia pure riveduto e corretto, veniva ancora insegnato nelle scuole di sci. Intorno al 1920 si ebbe la vera svolta storica con la diffusione del “cristiania”, una tecnica più idonea ai terreni alpini, più ripidi e normalmente costretti in spazi trasversali limitati. Sin dal principio questo tipo di sciata sfruttò il pendio per far derapare prima le spatole e poi le code degli sci, in modo coordinato, così da creare una curva completa. Quando gli sci, attraversando diagonalmente un pendio, vengono messi di piatto, tendono di per sé a disporsi lungo la linea di massima pendenza. Se lo sciatore, volontariamente, aggiunge all’effetto naturale una pressione sulla parte anteriore dello sci, oppure produce una lenta sterzata con i piedi, il passaggio dalla diagonale alla massima pendenza si effettua in minor spazio. Descritta la prima metà della curva, basta invertire progressivamente la presa degli spigoli degli sci, producendo una controllata spinta verso valle delle code: la curva si completa così sulla diagonale opposta. La curva “cristiania” conteneva nei suoi gesti originali alcuni principi motori che, nel corso degli anni, avrebbero dato vita alle successive tecniche sciistiche. Protagonista incontrastato di questa innovazione fu l’austriaco Hannes Schneider, sciatore polivalente nel periodo che precedette la prima guerra mondiale: egli si rese conto che con la tecnica di Bilgeri non si potevano superare che modeste velocità. Schneider, nato nel 1890 a Stuben, nella regione dell’Arlberg, partendo dai principi dello stemmbogen, elaborò una nuova sciata che si diffuse ben presto, rendendo celebre la “sua” Scuola dell’Arlberg. Questa tecnica nasce per permettere agli sci di curvare con più scioltezza e sicurezza, senza perdere il controllo. Si chiamerà stemm cristiania, evoluzione dello stemmbogen di Bilgeri: un lungo diagonale, le code degli sci divaricate, ginocchia piegate, peso a valle e chiusura degli sci fno a riportarli paralleli. Schneider modifcò anche gli attacchi in uso all’epoca rendendoli più sicuri e facili da controllare. Schneider rivoluzionò poi il mondo dello sci mettendo a punto il così detto cristiana strappato (reinekristiania), riuscendo a curvare con gli sci paralleli, all’inizio in modo un po’ brusco poi sempre più perfezionato. Gli sci erano tenuti paralleli con il peso su quello più avanzato, seguiva un movimento di piegamento e distensione con un avvitamento del corpo. Su pendii ripidi veniva utilizzato un cristiania detto a forbice (scherenkristiania), dove lo sci interno era il primo a cambiare direzione, facendo così assumere agli sci una posizione a forbice. I bastoni in queste tecniche erano quasi inutilizzati. La scuola dell’Arlberg, fondata a St. Anton nel 1918, divenne famosa in tutto il mondo; prevedeva per la prima volta una suddivisione degli allievi in classi e una progressione di esercizi dallo “spazzaneve” al “parallelo”, principi che, pur con modifche dettate da nuove esigenze e nuovi materiali, mantengono in parte la loro validità. Nel ’25 Schneider realizzò il primo flm sulla tecnica sciistica, che permise di analizzare la successione dei movimenti fotogramma per fotogramma. Scrisse anche numerosi libri. Il gradino successivo nella naturale evoluzione della tecnica dell’Arlberg sarà il “parallelo puro”, sogno di tutti gli sciatori: anche per questo motivo il metodo di Shneider detterà legge fno agli anni ’30. Nel 1930 Fritz Renel, prendendo spunto dalla rotazione effettuata dal busto dei pattinatori su ghiaccio, inventa la curva “Renel” o “royal christie”: gli sci sono distanti ma per la prima volta paralleli per tutta la durata della curva.

LA SCUOLA SVIZZERA

Pressapoco nello stesso periodo, gli svizzeri introdussero nella tecnica del parallelo uno stile che si potrebbe defnire “di posizione” anziché di slancio: il treno inferiore (dal bacino alle caviglie) ruotava in senso di curva, mentre busto e spalle rimanevano immobili, rivolte a valle. Nel cristiania rapido, busto e spalle tendevano a ruotare in senso contrario alla curva, reagendo per inerzia alla rotazione delle gambe. Certo si sarebbe guadagnato molto tempo se contro le proposte innovative degli svizzeri Giovanni Testa ed Eugenio Matthias non si fosse levata una negatività generale. Negli anni ’30 essi intuirono le potenzialità di una tecnica basata sulla spinta dell’anca con ripresa degli spigoli. Purtroppo pochi atleti, in quegli anni, diedero credito a tale teoria che così fu momentaneamente accantonata.

LA SCUOLA FRANCESE

Nella prima metà del ‘900 non era facile avere una sensibile scorrevolezza degli sci, perché la soletta era piuttosto ruvida (inizialmente di legno) e anche perché i costruttori, per evitare gli sbandamenti laterali, vi incidevano una o più scanalature. Proprio questa scarsa scorrevolezza e la necessità di eseguire comunque frequenti e rapidi cambiamenti di direzione, portò ad inventare varie tecniche per eseguire curve di scatto e saltate. I francesi, negli anni ’30, misero a punto la “ruade”, che permetteva di far girare gli sci entro un raggio molto breve, cosa assai utile nello slalom e su pendii ripidi. Si piantavano i bastoncini lungo la diagonale, sollevando le code degli sci dalla neve, quindi, facendo perno sulle punte, si spostavano lateralmente le code per riprendere contatto con la neve sulla massima pendenza e chiudere la curva con un cristiania verso monte. Questa tecnica consentiva un miglior controllo degli sci, in tutte le condizioni; in alternativa venne ideato il “dérapage”, che consiste nel lasciarsi scivolare lateralmente lungo pendii molto ripidi, partendo dalla posizione diagonale e rilasciando la presa degli spigoli. Ma ciò che caratterizzava la “méthode française” era soprattutto la “rotazione” che, partendo dalle spalle, si trasmetteva agli arti inferiori per far girare gli sci. Lo scopritore della ruade e della rotazione fu Anton Seelos, nato a Seefeld nel 1911, quattro volte campione del mondo e futuro maestro di Emile Allais: la sua tecnica venne presa ad esempio per molto tempo, anche perché questo grande campione seppe sfruttarla al meglio. La sua curva aveva un raggio cortissimo, permettendo così di cambiare direzione in uno spazio assai breve, dando la possibilità di passare molto vicino alle prime porte da slalom. Infatti nel 1933, ai campionati del mondo di Innsbruck, Seelos lasciò il secondo classifcato a undici secondi di distacco. Egli aveva in un certo senso modifcato il tradizionale cristiania. La sua tecnica, inoltre, sfruttava moltissimo i movimenti di gambe e caviglie con notevole piegamento e distribuzione del peso su entrambi i piedi. Il busto molto avanzato accompagnava una rapida distensione, riuscendo a curvare facendo perno sulle punte degli sci in rotazione. Questo metodo permetteva il perfetto controllo degli sci su tutti i pendii anche ripidi e accidentati. Peso in avanti, gran lavoro degli arti inferiori e riduzione al minimo di tutti gli altri movimenti del corpo: con questi nuovi principi Seelos rivoluzionò la tecnica sciistica e da allenatore gettò le basi del metodo francese, varato nel ’37 e subito adottato da tutte le scuole. Le straordinarie vittorie di Allais e Couttet, prima, ed Henry Oreiller alle Olimpiadi di St. Moritz del ’48 furono il miglior veicolo per la diffusione mondiale del nuovo metodo. Questi in seguito svilupparono una propria tecnica chiamata sci naturale, la cui base era il parallelo puro ed elaborarono una progressione di esercizi per portare il principiante a questo tipo di sciata in modo relativamente rapido: la scuola francese, infatti, non considerava lo “spazzaneve” un passaggio obbligato, ritenendo che un’eccessiva insistenza su questo esercizio potesse ritardare l’apprendimento delle tecniche più evolute. Questa posizione, confutata dalla scuola di Arlberg, fu oggetto di numerose discussioni. Con il passare degli anni il metodo francese subì diverse modifcazioni: Vuarnet e Joubert, negli anni ’50, introdussero il cosiddetto “appel”, una rotazione appena accennata in preparazione della curva.

LA NUOVA TECNICA AUSTRIACA

Il turismo della neve aveva subito una battuta d’arresto nel periodo bellico e nell’immediato dopoguerra, ma negli anni ’50 riprese alla grande, con la creazione di nuove stazioni sciistiche, nuovi impianti e numerose scuole di sci. L’evoluzione della tecnica sciistica, arrestatasi durante la guerra per mancanza di gare e di contatti tra i vari rappresentanti delle scuole, deve un ulteriore e decisivo salto in avanti alle idee del “re dello scodinzolo”, come venne soprannominato il professor Stephan Kruckenhauser. Nato a Monaco nel 1905, divenne maestro nel ’27. Egli insegnò a lungo nella scuola di St. Christoph all’Arlberg, dove mise a punto le sue rivoluzionarie teorie. Il nuovo metodo si basava sull’istinto e sulla predisposizione naturale di ogni sciatore: il centro motore dei movimenti passava dalle spalle alle anche-ginocchia-caviglie, il peso era meglio distribuito, favorendo la ricerca dell’equilibrio ottimale. La rotazione delle spalle a cui si affdavano i francesi non piaceva affatto a Kruckenhauser: “sciare muovendo le gambe” non si stancava mai di dire. Infatti egli spostò il movimento dalle spalle alla parte inferiore del corpo, arretrando il perno intorno a cui ruotavano gli sci. I bastoni tornano di moda e vengono utilizzati per dare ritmo alla curva e per mantenere l’equilibrio. La padronanza degli sci, in questo modo, risultava migliore, la presa di spigoli immediata. L’obiettivo era quello di ottenere il massimo effetto, in velocità e sicurezza, con il minimo sforzo, cioè con uno spostamento più contenuto del baricentro dello sciatore. Questa tecnica, denominata “sci naturale” o “wedeln”, segnò l’inizio dell’era dello scodinzolo e presto fu adottata anche dai francesi sotto il nome di godille. Ad essa si associava un metodo più razionale d’insegnamento e questo fece sì che molti “cittadini” incominciassero ad avvicinarsi allo sci. In Italia esso fu subito adottato dal coordinatore della scuola italiana, Franz Freund; atleti famosi usarono la tecnica di Kruckenhauser per raggiungere grandi risultati agonistici, quali Zeno Colò, medaglia d’oro in discesa libera alle Olimpiadi di Oslo nel 1952, e Toni Sailer, medaglia d’oro nelle tre specialità alle Olimpiadi di Cortina nel 1956. Quando in Italia ancora non esisteva una tecnica omogenea d’insegnamento, quando ancora non era stato codifcato un metodo universale che potesse essere applicato uniformemente, nelle scuole di sci i metodi dei maestri risentivano fortemente dell’infuenza delle nazioni confnanti. In Piemonte e Valle d’Aosta prese piede facilmente il modello francese, in Trentino-Alto Adige quello austriaco. Tradizionalmente vi fu a lungo un certo contrasto interpretativo tra la scuola austriaca e quella francese: la prima proponeva la contro-rotazione di spalle (il “contro-spalla”) in opposizione alla “rotazione” praticata dai francesi. Gli italiani, in genere, assunsero una posizione più vicina a quella della scuola austriaca, smussandone comunque le esasperazioni. Leo Gasperl cominciò ad avvicinarsi sia alla tecnica di Schneider che a quella francese. Passato alla guida della nazionale di sci, portò alla ribalta un grandissimo campione del tempo: Zeno Colò. Dotato di grande coraggio, Colò si fece notare soprattutto in discesa libera e con Gasperl inventò la posizione a uovo.

FATTORI CHE DETERMINANO L’EVOLUZIONE

L’osservazione delle tecniche dei grandi campioni è sempre stata determinante nell’indicare nuove strade da percorrere. Le prime competizioni risalgono agli anni ’20 e nel 1924 nacque la F.I.S. (Federazione Italiana Sci). In quello stesso anno si svolsero le prime Olimpiadi invernali a Chamonix (che però riguardavano solo le discipline nordiche). La IV olimpiade, che si svolse a Garmisch-Partenkirchen nel 1936, è particolarmente importante perché per la prima volta includeva le prove alpine e vi parteciparono anche le donne. Da allora i giochi si succedettero con regolarità, se si esclude l’interruzione del periodo bellico. Contemporaneamente, a partire dal 1931, incominciarono a disputarsi i Campionati del Mondo di sci alpino, che comprendevano la discesa e lo slalom. Nel dopoguerra la nuova tecnica austriaca fu interamente basata sull’osservazione degli atleti e anche dei bambini, sciatori naturali non condizionati dalle varie dottrine. Osservando i movimenti dei migliori agonisti, flmati e fotografati nelle competizioni, Kruckenhauser e i suoi collaboratori si resero conto che questi assumevano spesso posizioni opposte a quelle fino ad allora insegnate (ad esempio passando vicino al palo con la spalla interna anziché con quella esterna). Anche l’evoluzione dei materiali, che nelle primissime fasi dello sci era affdata all’inventiva e all’abilità artigianale dei singoli, in seguito diventò un elemento sempre più importante per la messa a punto di nuove tecniche. Nel 1926 l’austriaco Lettner aveva inventato le lamine, permettendo di controllare gli sci anche sulle nevi ghiacciate e di migliorare enormemente le prestazioni degli sciatori. Da allora si sono visti progressi enormi nella struttura delle solette, nel materiale e nella chiusura degli scarponi, nella tecnologia degli attacchi. Alcuni cambiamenti hanno avuto effetti più marcati e duraturi di altri sul modo di sciare, sia in gara che a livello turistico: in tempi recenti, ad esempio, la sciancratura degli sci ha rappresentato una svolta particolarmente signifcativa. Un altro elemento fondamentale nell’evoluzione della tecnica sciistica è la necessità di insegnare a sciare a un numero crescente di appassionati che, in seguito alla costruzione degli impianti di risalita e alla battitura delle piste, affollavano sempre di più le nascenti stazioni invernali. Negli anni ’40 si sentiva già l’esigenza di abbandonare la distinzione tra “sci da discesa” e “sci da gita”. Angelo Rivera scriveva nel ’39: “L’80% degli allievi delle scuole tende allo sci da discesa, con l’aspirazione urgente e pressante di imparare presto e subito il cristiania”.

INTERSKI E SVILUPPO DELLE TECNICHE

Negli anni ‘50 le scuole di sci dei vari paesi alpini, che per anni avevano interrotto i loro contatti, sentirono il bisogno di confrontarsi, stimolate dalla crescente domanda del pubblico e dalla ripresa delle attività agonistiche. Nel 1951 fu organizzato il primo Congresso Internazionale di Sci, denominato “Interski”, e da allora questa importante manifestazione si tiene regolarmente circa ogni quattro anni in diverse località del mondo.Lo scopo era (ed è tuttora) il confronto tra le tecniche e i metodi di insegnamento elaborati dalle scuole di sci di tutto il mondo al fne di stimolare nuovi progressi.Le scuole di tutte le nazioni, per questioni di prestigio e di promozione turistica, si sono impegnate a studiare nuove proposte didattiche, ispirate in gran parte alla gestualità dei migliori atleti del momento; questi, a loro volta, spiegano nel modo più funzionale tracciati e nuovi materiali. Queste “Olimpiadi dei maestri di sci” danno la possibilità di analizzare tutte le innovazioni tecniche proposte dalle varie nazioni. A Zakopane 1959 (Polonia), gli austriaci guidati da Kruckenhauser insistono sul “corto raggio”, caratterizzato da un’accentuata azione di contro-spalla, che consentiva di ruotare i piedi molto velocemente, ma già al Bondone nel 1962 questa esasperazione si ridimensiona. Nel 1965, a Bad-Gastein, la scuola italiana gradualizza questo brusco movimento proponendo per la prima volta la “serpentina”. Nell’Intersky di Garmisch-Partenkirchen del 1971, gli italiani misero a punto il movimento di “anticipazione” (che consente l’interpretazione della sciata in assorbimento tra le gobbe - cavallo di battaglia degli austriaci). Con questa proposta la scuola italiana venne inserita tra le grandi dello sci. La progressione che ne scaturì fu la naturale applicazione della nuova tecnica e vennero introdotti esercizi inediti e brillanti, tra cui il superparallelo, massima espressione motoria di una curva ampia, veloce e ideale per far evolvere buoni sciatori verso l’attività agonistica. Vennero introdotti per la prima volta il piegamento e la distensione abbinati all’angolazione e all’anticipazione. Questi quattro nuovi movimenti sarebbero stati fondamentali anche negli anni a venire. Contemporaneamente gli svizzeri proponevano molti esercizi con gli sci corti (cut), di gran moda in quegli anni. L’anticipazione divenne maggiormente dinamica a Zao nel 1979.A Sesto Pusteria (1983) gli americani, divisi al loro interno tra correnti diverse, fnirono col proporre uno sci molto intellettualizzato, al limite dell’autosuggestione: un forte coinvolgimento psicologico era considerato necessario per ottenere esecuzioni di alto livello estetico. Poco dopo l’Italia, in una tournée giapponese (Shiga-Kogen 1985), mise a punto la “conduzione”, curva cardine per la successiva “supertecnica”, che venne presentata nel 1991 al XIV Interski di St. Anton, culla della storica Scuola dell’Arlberg. In quegli anni e con gli attrezzi allora disponibili, non era possibile realizzare curve condotte sugli spigoli senza sbandamento, se non a velocità eccessive per la circolazione sulle piste. Le esigenze agonistiche e commerciali indussero le aziende produttrici di materiali a creare gli sci “carving”: in campo tecnico e didattico, gli svizzeri furono i primi a comprendere l’importanza di questa innovazione, precorrendo di conseguenza le successive trasformazioni nell’insegnamento dello sci. E arriviamo al 1995 a Nozawa-Onsen: la supertecnica acquista maggiore dinamicità sfruttando fnalmente l’attrezzo sciancrato che consente la migliore interpretazione di curva, mentre negli esercizi base l’impostazione esecutiva si avvicina alle esigenze dell’allievo. Con la trasformazione dello sci in sport di massa si rende necessaria un’attenzione sempre maggiore alla sicurezza sulle piste e alla didattica: durante l’Interski di Beitostolen (Norvegia), 1999, ma soprattutto nel successivo appuntamento di Crans Montana (Svizzera), l’attenzione si concentra anche sugli aspetti ludico-didattici dello sci, tanto che nell’edizione del 2003 alle rappresentanze nazionali viene assegnato il tema di rifessione “Sciare divertendosi”. Le nuove tecniche e i nuovi materiali richiedono ai maestri di sci un ruolo formativo sempre più importante, soprattutto in relazione ai bambini e ai giovani: a YongPyong (Korea), nel 2007, l’Italia può dimostrare di aver ben recepito questa esigenza, presentando nel testo tecnico “Sci italiano 2004” una progressione tecnico-didattica pensata in funzione degli allievi e non soltanto dell’obiettivo tecnico. Oggi nel campo dell’insegnamento, la “progressione italiana” è considerata particolarmente effcace: l’Interski di St. Anton del 2011 è l’occasione per rifettere sulle più recenti conoscenze, che questo lavoro intende organizzare.

FREE SKIING

A metà degli anni ’90, mentre le diverse scuole nazionali di sci alpino si confrontano sulle innovazioni tecniche e didattiche connesse all’introduzione degli sci “carving”, nel mondo dello sci si prepara un’altra trasformazione: l’idea di vivere la neve in libertà, con lo stesso spirito abbracciato dai “rivoluzionari” snowboarder, ottiene un crescente successo e porta a una rapida evoluzione e diffusione del “free ski” (sci libero). Il termine inizialmente indica lo sci fuori pista, praticato spesso su terreni estremi, e poi arriva a identifcare un insieme di attività della neve diverse, ma tutte caratterizzate dal desiderio di allontanarsi dal concetto di sci come attività rigidamente codifcata, troppo rigorosa e poco divertente. All’interno di questa nuova realtà, che esercita il proprio fascino soprattutto fra i giovani, coesistono anime diverse, che danno vita a categorie di attività differenziate in base al terreno e all’obiettivo. Le due principali “correnti” sono il freeride e il freestyle, che a loro volta comprendono modi differenti di vivere la neve. Terreno d’elezione del freeride è la neve fresca, che lo sciatore percorre come se planasse sulla superfcie; balzi rocciosi, accumuli di neve e terreni accidentati vengono spesso superati con salti ed evoluzioni che sono parte integrante di questa pratica. La ricerca del contatto con la natura, anche nelle sue manifestazioni più “estreme”, e della sensazione di libertà che ne deriva animano gli appassionati del freeride. Il freestyle si impone invece negli Stati Uniti negli anni Settanta come disciplina “acrobatica” della neve, in cui l’abilità dello sciatore si esprime in salti, evoluzioni, rotazioni in aria e sulla neve. Questo sport, che all’inizio trova la propria ragion d’essere esclusivamente nella libertà e nel divertimento, si organizza progressivamente, fno ad assumere il volto di una pratica agonistica codifcata, che comprende diverse specialità: gobbe, salti e, ultimo nato, lo skicross - una discesa che unisce tecnica e spettacolarità, in cui un gruppo di atleti affronta contemporaneamente il percorso di gara, con salti e curve paraboliche. A metà degli anni Novanta, come reazione alla perdita dello spirito originario e all’inquadramento del freestyle nei limiti imposti alle discipline federali, nasce il movimento della “new school”, che tenta di liberare questo sport da regole rigide e di esaltarne l’aspetto “giocoso”: l’obiettivo torna ad essere la sperimentazione delle potenzialità “acrobatiche” dello sci, senza limiti. Si diffondono rapidamente gli snow park, aree attrezzate con particolari strutture che aiutano il rider a compiere in sicurezza le evoluzioni, e si organizzano “contest”: appuntamenti a metà fra la gara e l’happening per appassionati, hanno per obiettivo non tanto il primato agonistico, quanto l’incontro fra rider, spesso giovanissimi, che confrontandosi in un clima di libertà totale elaborano fgure sempre più complesse. Al di fuori della pratica agonistica e della terminologia delle discipline olimpiche, il termine “freestyle” indica l’approccio allo sci tipico della new school: con questo signifcato viene utilizzato anche in questo lavoro.

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